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L’agricoltura svolge
ancora oggi un ruolo di primo piano nell’economia di
Ventimiglia, distinta da una notevole incidenza di
aziende a conduzione diretta, per la particolarità
ambientale la scarsità di investimenti, di manodopera,
di meccanizzazione, di irrigazione e per le ridotte
dimensioni della proprietà, domina un’agricoltura di
sussistenza, tesa a soddisfare le esigenze della
famiglia coltivatrice o del mercato locale. Ottima è
la coltura degli ulivi , richiamati dalla roccia,
di cui gradiscono l’alto grado di permeabilità e le
sostanze di origine calcarea; tra le colture arboree
spicca per notevole diffusione e costituisce il motivo
del paesaggio. Fra le colture netta prevalenza
avevano i seminativi, soprattutto grano , che
però, oggi, a causa della disparità tra costi e ricavi,
non è più remunerativo. Ma la coltura più
caratteristica di CALAMIGNA è da sempre stata quella dei
fichidindia, che per moltissimi anni ha
rappresentato addirittura il simbolo della comunità
ventimigliese; basta pensare che nei nei banchi dei
principali mercati di Palermo, per decantare la bontà
dei frutti lo strillo più comune era "ficurini: di
Calamigna su'" (trad: fichidindia : sono
di Ventimiglia).
A questi frutti è legato un racconto,
che vogliamo riportarvi, quello dei "FICHIDINDIA
SCUZZULATI".
Fra i ragguardevoli del paese, era
usitato mandare i figli maschi in città a studiare per
acquisire un titolo accademico; il prestigio del
"casato" lo imponeva. Don Ignazio Fazio, componente
l'elite di Ventimiglia, mandò il figlio Francesco a
Palermo con l'intento, o meglio, con il miraggio di una
laurea. Il giovane Francesco non appena assaporò i
piaceri della vita cittadina, soprattutto con i
quattrini di papà, preferì dedicarsi più a questi che
allo studio. Francesco non faceva mancare il suo
affettuoso amore filiare, tanto che ogni fine settimana,
sentiva forte il bisogno di riabbracciare tutti i suoi
cari, ma soprattutto papà Ignazio che, fiero di questo
suo figlio "studente" non lesinava nulla. Gli anni
passavano e le scene degli arrivi e delle partenze erano
sempre uguali e, "tanto va la gatta al lardo che ci
lascia lo zampino" e Francesco in uno dei suoi rientri a
casa a "batter cassa", lo zampino lo lascia. A Don
Ignazio, infatti, avevano raccontato per filo e per
segno tutta la verità sulla carriera scolastica di
Francesco. Apriti cielo! Un disastro! Per miracolo non
schiattò e per molti giorni si rifiutò di apparire in
pubblico; lui, che era solito colloquiare con tutti,
specie se poi si lasciava cadere l'argomento su suo
figlio "lo studente", diventava addirittura
logorroico. Don Ignazio, dopo aver ponderato bene la
situazione, sentenziò: tu non avrai più un soldo. Lui,
uomo "tutto d'un pezzo" restò irremovibile ed
insensibile alle promesse e ai giuramenti di Francesco.
Si era, giusto giusto, nella prima decade del mese
di giugno e i fichidindia erano in fiore, pronti alla
maturazione di agosto e don Ignazio, "a vuogghia quantu
'nnavia"! Ma Francesco si deve vendicare. Assolda una
ragazzaglia che, armata di lunghi bastoni fa scempio di
tutti i piccoli frutti. Vendetta fu. Don Ignazio
che era solito fare la sua passeggiata "salutare" di
buon mattino, con il fresco, va "o pitrusu" dove
possiede il più grande e bello "locu" coltivato a
fichidindia; ma lui che è uomo "tutto d'un pezzo", alla
vista di quello scempio non ce la fa a mantenere la
calma, e preso dall'ira impreca contro tutto e tutti.
Si gira a manca e a dritta, si porta disperatamente
le mani alla testa, volge lo sguardo in alto ed impreca.
Pensa agli impegni con i fornitori, con gli operai, con
i carrettieri! Questa batosta non se l'aspettava, lui
che non aveva fatto male a nessuno, stimato e benvoluto
com'era. Chiuso nella sua stanza rimugina tutto il
giorno alla ricerca dell'autore di tanta civetteria.
Passa in rassegna tutti, ma non si sente di
colpevolizzare nessuno, non trova una giustificazione
valida per arrivare a tanto. Le giornate sempre più
afose e lunghe, non passano mai, e Don Ignazio ha sempre
un pensiero. Quando arrivano le prime piogge la
malinconia aumenta finché, una mattina, si alza e vede
prepararsi una bella giornata di sole, così bella da
spingerlo ad andare a fare una passeggiata "o pitrusu" e
vede qualcosa di meraviglioso: i fichidindia all'albero
erano così belli e grossi che uguali non se ne erano mai
visti. Don Ignazio non credeva ai suoi occhi, e fra
tanta meraviglia e commozione ha una visione: Francesco.
Quell'anno la "vendetta", segnò per Ventimiglia la
nascita di un prodotto locale, universalmente
conosciuto: i ficurini di Calamigna. Non ci è dato
sapere se ci fu una riconciliazione tra padre e figlio,
ma sicuramente don Ignazio avrà perdonato a Francesco
tutte le marachelle e gli fu grato insieme a tutti i
Calamignari, che intensificarono la produzione dei
fichidindia apportando lavoro e benessere per tutti.
La coltura dei fichidindia va sempre più a decadere,
per ravvivarla occorre forse una nuova vendetta?
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